Spedizione Perù 2003



Relazione parte alpinistica



Poche risicate parole per descrivere le innumerevoli sensazioni provate durante la spedizione Perù 2003 organizzata dalla Giovane Montagna, proviamo.
Il viaggio in aereo è stato proprio un parto, reso tale anche dall'eccessiva burocrazia ostentata dalla KLM, compagnia aerea di bandiera olandese, che ha ridotto il bagaglio da 60 a 25 kg all'ultimo momento (per portare l'occorrente abbiamo dovuto sfruttare al massimo il bagaglio a mano e alcuni sono saliti in aereo vestiti con abbigliamento da alta montagna).

Appena arrivati a Lima ci accorgiamo che, in confronto alla capitale peruviana, Napoli è un paesino svizzero: le trombe delle auto suonano schizofreniche ed apparentemente senza alcun motivo, componendo melodie a volte piacevoli da ascoltare, ma per non più di due minuti al giorno...

Va decisamente meglio quando il giorno dopo scorgiamo la Cordillera Blanca che, per la cronaca, può essere sinteticamente, anche se riduttivamente, descritta come un susseguirsi di "Cervini" alti almeno 5500 metri (come descrizione è riduttiva, però dovrebbe rendere bene l'idea!).

Prima di accingerci ad affrontare le vette in programma, facciamo base a Marcarà presso la missione costruita con i proventi dell' Operazione Mato Grosso (OMG), operazione che anche la nostra spedizione si propone di finanziare.

Sarebbe troppo lungo riuscire a spiegare come opera l'operazione Mato Grosso. Si tratta, infatti, di un'imponente organizzazione che trova il proprio punto di riferimento nel Padre salesiano Ugo De Censi e che è gestita quasi interamente da volontari che per scelta di vita si spostano in Perù, abbandonando nei fatti l'Italia.

Qui voglio soltanto ricordare che vengono aiutati tanti giovani - letteralmente raccolti per strada - per insegnarli un mestiere che consenta a loro ed ai loro famigliari una vita meno grama di quella che contraddistingue una buona percentuale della popolazione peruviana.
Così è stato per la nostra guida andina, Miguel, di appena 21 anni, che oltre ad essere stato istruito (parlava correntemente italiano e inglese) ha potuto diplomarsi guida grazie all'insegnamento impartito da nostrane guide alpine chiamate dall'OMG. Ma torniamo a noi.

Durante la nostra permanenza "a valle" visitiamo anche la missione OMG di Shilla, un paesino poco lontano, dove assistiamo ad un matrimonio alquanto strampalato di cui riassumo le fasi salienti: 1) lo sposo lancia caramelle all'uscita dalla chiesa; 2) gli sposi ricevono i regali nella piazza del paese; 3) un amico degli sposi prende nota di chi e che cosa porta come dono; 4) un cameraman riprende il tutto (?!); 5) gli sposi ricevono come dono: una confezione da 6 bottiglie da 3 litri di Inca-cola (l'imitazione peggio riuscita della Coca Cola mai bevuta prima d'ora, perfino il colore giallo canarino non invoglia) e delle banconote che la sposa si appunta lestamente sulla camicia in bella vista (dicono che porti fortuna...); 6) cominciano le danze grazie alla musica, tanto ripetitiva da sembrare un disco incantato.

Il prete della missione ci racconta degli enormi problemi della missione: alcoolismo, disoccupazione e soprattutto suicidi. Ebbene purtroppo sì (e qui devo essere necessariamente serio): il suicidio è troppo spesso considerato l'unica soluzione a problemi che per noi sarebbero soltanto dei grattacapi o qualcosa di più. A titolo di esempio, c'è stato raccontato che se una bambina perde al pascolo un agnello potrebbe suicidarsi per la paura di doverlo dire al padre.

Il quarto giorno di permanenza, si comincia finalmente a fare sul serio.
Alcuni di noi - parte del gruppo è rimasta a Marcarà in attesa che venissero recuperati i bagagli di due amici, bagagli che l'ineffabile KLM aveva spedito chissà dove - salgono al Rifugio Ishinca (4350 m), recentemente costruito dall'Operazione Mato Grosso.

Arriviamo all'attacco del sentiero con il mistico Combì, il taxi locale che riesce a contenere 25 persone ancorché si tratti di un mezzo omologato per 9. Il Combì è sicuramente il posto migliore per respirare (in tutti i sensi!) l'atmosfera peruviana, sempre che si riesca a respirare...
Una volta scesi dal taxi, ci attendono i burros (gli asinelli) per portare al rifugio il materiale alpinistico; alleggeriti dal peso giungiamo al rifugio in circa 4 ore seguendo un sentiero molto bello e contraddistinto da una folta e caratteristica vegetazione, nonostante si sia a 4000 m.

La quota si fa sentire, i 4350 metri non ti fanno dormire un bel sonno filato neanche dopo 7 notti in quota (diciamo pure che si sopravvive e poco più).
Il fisico richiede un giorno di riposo totale prima di affrontare le cime in programma. Solo due stoici provano, con successo, il giorno dopo l'arrivo l'ascesa al Monte Urus (5495 m), una delle tre vette in programma.

Non posso dilungarmi oltre su come trascorriamo le nostre giornate e sulle fatiche delle salite (camminare ad alta quota è uno "sbattimento cosmico"), se non per dire che la spedizione ha raggiunto lo scopo prefissato: tutti i componenti del gruppo (eravamo in 17) sono riusciti a "conquistare" un 5000.

La vetta più gettonata è l'Ischinca (5530 m); il già citato Urus ha visto invece qualche defezione in più, dovuta forse alla fatica accumulata nella salita all'Ischinca ed alla permanenza dell'alta quota.
Nota dolente: la vetta più prestigiosa, il Tocclaraju (6.034 m) (si pronuncia Tuclaraqi) è, ahimè, fallito. Una fitta nevicata, avvenuta proprio il giorno precedente alla prevista ascensione, aveva cancellato la pista; come se non bastasse era crollato un ponte di neve su di un crepaccio apertosi sotto la vetta, di modo che l'avvicinamento alla cresta terminale risultava ancora più lungo e tecnicamente impegnativo.
Il buon senso è stato, nonostante i mugugni, ascoltato ed abbiamo così tutti salutato l'ardito Tocclaraju / Tuclaraqi, stregati dalla sua bellezza che dominava indiscussa nella vallata. E così stanchi, ma appagati, siamo infine tornati alla missione ed abbiamo così iniziato il previsto giro turistico, ma questa è un'altra storia.

Davide Sciutto