Sezione di Vicenza



TREKKING IN SARDEGNA
dal 8/6/2019 al 15/6/2019



DA SABATO 8 A SABATO 15 GIUGNO  -  TREKKING IN SARDEGNA TRA MARE, MONTI E GENTE OSPITALE

CRONACA A PIU’ MANI DIRETTAMENTE DAI TACCUINI DI VIAGGIO DEI PARTECIPANTI         

SABATO 8 GIUGNO – Primo giorno.  Alle sei eravamo tutti lì alla partenza, con un congruo anticipo. Così alcuni creativi hanno deciso di fare un salto a casa ed in ufficio per procurarsi cellulare ed occhiali. Finalmente al Catullo di Verona in un battibaleno siamo saliti sull'aereo e siamo atterrati puntuali ad Alghero. Abbiamo trovato Natale che ci aspettava sorridente. Senza perdere tempo all'ora di pranzo stavamo già assaggiando un delizioso gelato o una granita nelle stradine di Bosa, colorata cittadina medioevale, con uno spettacolare ponte vecchio sul fiume Temo, bordato dalle casette , un tempo concerie. Con la calura sarda ci siamo inerpicati su fino al castello Malaspina, eretto dalla famiglia genovese nel 1112. E' stata preziosa l'ombra all'interno della chiesa a navata unica con soffitto a capriate, arricchita da affreschi dell’ultima cena e di santi protettori (la Bibbia del popolo). Infine un meritato bagno nelle acque trasparenti del golfo di Bosa Marina, ai piedi della torre catalana. (Dolly Tretti)

 DOMENICA 9 - Un inizio di trekking caldo come il fuoco. Suddiviso il gruppo su tre mezzi di trasporto, si va per stradine sterrate, per fortuna ci siamo solo noi, fino a Torre Foghe da dove comincia la nostra escursione. Giuseppina, la nostra guida, cerca di spiegarci un po' di storia ma tira un vento micidiale e si decide di rimandare le informazioni a più tardi. Il sole picchia implacabile, oggi sono previste punte di calore fino a 37 gradi, e gli accompagnatori continuano a verificare che tutti siano muniti di abbondante scorta d'acqua. Siamo nel comune di Tresnuraghes e la Torre Foghe, situata a 70 metri di altitudine, non è un nuraghe, come molti di noi avevano pensato, ma una torre di avvistamento e segnalazione risalente alla dominazione spagnola. Infatti da qui si vede la Torre Columbargia, da questa la Torre Ischia Ruja e così via. Il sentiero si snoda lungo la costa in mezzo alla macchia mediterranea con lentisco, rosmarino, cisto, iperico, carota selvatica e, ormai secchi, tantissimi asfodeli. Il mare, irraggiungibile sotto di noi, ha colori fantastici, calette invitanti e gli splendidi Scogli di Corona Niedda. Il caldo si fa sentire, la marcia rallenta e ognuna delle pochissime ombre viene contesa. Quando arriviamo in un boschetto di abeti tutti ci accasciamo all'ombra dovendola anche contendere con un altro gruppo di camminatori locali arrivati appena dopo di noi. Ripreso il sentiero, prostrati dal caldo, finalmente arriviamo al punto di ristoro dove c'è già pronto per noi, artisticamente predisposto, il picnic a base di pomodori, formaggio, salame, pane locale, carote, finocchi ed una deliziosa uva. All'unanimità si decide che non è il caso di continuare con una tale calura, così raggiunti i mezzi di trasporto si torna a Bosa dove, dopo una pausa ristoratrice in un bar, chi va in spiaggia, chi torna in albergo e chi, un folto gruppetto, va a visitare la chiesetta romanica di San Pietro extra muros risalente all'11° secolo e situata a poca distanza dal centro di Bosa sulla riva sinistra del fiume Temo. La giornata si chiude in bellezza con l'ottima cena allietata dalla musica per i festeggiamenti in corso in pompa magna per una ragazzina di tredici anni.  (Gabriella Bergamaschi)

 LUNEDI 10 - Terzo giorno di viaggio, secondo di cammino. La meta odierna, all'interno, un po' più a sud di Bosa, è il massiccio del Montiferru e facciamo la conoscenza di Stefania, la nostra seconda guida, che ci accompagnerà nelle escursioni di oggi e dei prossimi giorni. Il pulmino e il furgone ci portano in località Badde Urbara, a circa 960 m.s.l.m. e, a differenza di ieri, si respira grazie a un leggero calo della temperatura e all'altitudine. Prima di iniziare l'escursione, Stefania ci fornisce alcune informazioni sul Montiferru, la cui origine vulcanica risale a un periodo tra Oligocene e Miocene e c'è da perderci la testa pensando a quanti anni sono passati da allora: più di un milione! Ci mettiamo in marcia, dapprima in piano e all'ombra di lecci, querce, roverelle e tassi che, tuttavia, a poco a poco si diradano, lasciandoci scoperti e in pieno sole. Potrebbe esserci la possibilità di avvistare qualche muflone, ma siamo in tanti e ci spostiamo vociando come un'orda di unni, così il muflone non si fa vedere, come pure il panorama che dovrebbe spaziare dall'Asinara fino a quasi Cagliari, ma c'è un po' di foschia e dobbiamo solo lavorare di immaginazione. Occhi, fotocamere e telefonini hanno comunque di che godere, visto che a ogni passo ci imbattiamo in formazioni rocciose dalle mille forme, scolpite dagli agenti atmosferici. Non mancano nemmeno numerosi ripetitori per telefonia mobile e tivù che, d'accordo, rovinano il paesaggio, ma volete mettere la soddisfazione di riempire le memorie degli smartphone di amici e parenti con foto e selfie, scattati e spediti in presa diretta? A metà escursione entriamo a sorpresa in una vera e propria oasi di verde, impensabile nel paesaggio che fino a qualche metro prima era brullo e senza un filo d'ombra. C'è perfino una fonte d'acqua freschissima ed è qui che ci fermiamo a consumare il nostro pranzo a sacco. Il fogliame sopra di noi è talmente fitto che abbiamo quasi freddo e non ci accorgiamo che all'esterno della nostra oasi il tempo è cambiato. Quando, infatti, ne usciamo, ci troviamo immersi in un banco di nuvole basse che il vento spinge dalla costa verso l'interno. L'escursione volge al termine, concludiamo l'anello e torniamo al pulmino e al furgone che ci portano a Santo Lussurgiu, dove visitiamo un laboratorio artigianale nel quale si producono coltelli sardi di ogni dimensione, dai più elaborati con manico di corno di muflone, ai più semplici con manico di corno di bue o di resina. Al termine della visita si riparte verso l'aera archeologica di Tamuli, dove una ragazza che funge sia da addetta alla biglietteria, sia da guida, ci illustra i misteri dei resti del vicino nuraghe, delle cosiddette “Tombe dei Giganti” e dei tre “Betili”, una sorta di piccoli menhir piantati nel terreno a poca distanza l'uno dall'altro. A fine giornata ci trasferiamo a Bolòtana, dove alloggeremo per le prossime due notti. La cena è luculliana e per qualche anima sensibile diventa quasi macabra quando, prima di tagliarlo in porzioni, il titolare dell'albergo ci esibisce il “porceddu”, un maialino da latte cotto tutto intero e diviso esattamente a metà in senso longitudinale in modo da riempire un grande vassoio ovale. Fa un po' pena a vederlo, ma a mangiarlo a pezzetti è così buono che ci si dimentica subito di ogni scrupolo. (Beppe Forti) 

 MARTEDÌ 11 – Il trekking prende quota. La gita inizia a Bolòtana, in provincia di Nuoro, a quota 400m, sfuggendo all'abbraccio del proprietario dell'albergo che ci ha riempito di gentilezze fin dalla sera precedente. Oltre al nostro Natale, fratello di Angelo che l'anno scorso ci aveva accompagnato a conoscere le isole Eolie, sono con noi addirittura tre accompagnatrici-guide: Giuseppina, esperta naturalistica, Stefania, la titolare dell'agenzia turistica Aera di Bolotana, esperta dei luoghi e di minerali, e Claudia, collaboratrice della stessa agenzia che si aggiunge lungo il percorso. Dopo un'oretta di viaggio in pullman passiamo per Fonni, quota 1000, qui si sosta  per una seconda colazione e si ammirano i numerosi murales che ornano i muri delle case  con immagini di vita campestre, momenti religiosi, eventi. Di lì la strada si fa stretta e si inerpica tra i prati fino a quota 1550,  dirigendosi verso sud nella direzione del massiccio del Gennargentu.  Ci incamminiamo tra pochi alberi in un paesaggio che ora ospita qua e là greggi di pecore, residuo delle quantità di animali che qui venivano portati al pascolo e, così ci dicono le nostre guide, avevano brucato tutto quello che spuntava dalla terra per più di dieci centimetri. E' il giorno più avaro di fioritura di tutta la settimana, ciò non impedirà alle nostre appassionate, specialmente nella successiva discesa, di catturare immagini che poi faranno il giro della compagnia nella pausa serale. La prima salita significativa porta dal Rifugio Broncu Spina alla cima con lo stesso nome, che è già a quota 1828. I due punti sono collegati da una seggiovia appena costruita e non ancora inaugurata, che ci si aspetta sia frequentata da sciatori anche se è isolata e lontana da centri abitati. Da qui il sentiero perde duecento metri di quota scendendo ad Arcu Gennargentu, dove alcuni  si fermano accorciando il percorso. Altri invece, con in testa Loretta, proseguono subito, riguadagnando la lunghissima cresta che conduce alla cima (h.1833) che porta il nome di Alberto Lamarmora, generale ma anche naturalista, cartografo e appassionato studioso della Sardegna. La vetta è infine popolata dal gruppo residuo, che si riunisce intorno alla croce maestosa e infine si gode la meta raggiunta. Il ritorno passa leggermente più ad ovest, evitando la risalita a Broncu Spina e passando per un rifugio in rovina, ancora dedicato a Lamarmora, e noi a questo punto siamo più interessati alle specie arboree e ai fiori della macchia mediterranea che al percorso, che ormai appare ovvio, anzi si intravvede in basso il furgone di Naturaliter e Faustina che cerca di precedere Natale nella discesa, e alla fine decide di lasciarlo vincere, evitandogli una sconfitta visibile a tanti spettatori. (Paolo Bellotto)

  MERCOLEDI’ 12  - Cime del Marghine. Una breve sosta alla chiesa di S. Bachisio, nella parte bassa di Bolotana, apre la giornata. Una cinta muraria dal cancello chiuso costringe ad ammirare l’edificio del XIII° secolo solo dall’esterno. Non è rimasto molto della precedente struttura romanico-pisana: sulla sobria facciata la rossa trachite delimita il portale  ed il rosone, affiancato da due vuote nicchie. Il dettagliato racconto di Stefania, guida che affianca Natale, ci immerge nella confusione della  festa popolare di origine bizantina, in onore del Santo. Celebrata a maggio, assieme a S. Isidoro, e ad ottobre, la manifestazione prevede il coinvolgimento di mezzi agricoli, confraternite e cavalieri in animate processioni propiziatorie. Probabilmente anche per i malandrini della zona che, nel passato, hanno usato la cripta di questo luogo di culto come stalla per gli animali rubati nel circondario. Forse è per questo che un cavallo solitario e un po’ affamato fa da guardia a S. Bachisio? Lasciamo il sito avvolto in un alone di mistero per immergerci nella frescura del Parco del Marghine-Goceano. Facente parte della Rete Natura 2000, è una zona umida a protezione speciale delle biodiversità presenti. Quasi subito siamo infatti accolti dalla Cascatella di Ortachis, in località Mularza Noa: ha un’altezza di pochi metri, nel basalto. È alimentata dal Riu Biralotta: la sua sorgente sta nei pressi del Nuraghe Ortachis, verso cui ci stiamo dirigendo. Il torrente scorre su un altopiano di origine vulcanica. Alcune faglie sono la causa di discontinuità del tavolato vulcanico e danno origine al dirupo nel quale si gettano le acque del torrente. Tra boschi di lecci e roverelle, sostiamo all’ombra di un tasso plurisecolare: aiuta a dimenticare sempre più la calura infernale incontrata lungo la costa tra Torre Foghe, Columbragia e Ischia Ruggia. Sono presenti un po’ ovunque il sambuco, il rovo, la vitalba, il cisto, l’elicrisio e un’infinità di felci e piante aromatiche. L’area è importante da un punto di vista archeologico: si contano circa 135 nuraghi e una dozzina di domus de janas.  Raggiungiamo i ruderi del nuraghe di Ortachis, la cui datazione si colloca tra il 1550 e il 950 a.C.. In parte franato, esso si eleva sopra un banco di roccia; arrampicandoci tra i massi ci solleviamo fino a toccare la Madonna dello scultore Papini, fotografando l’altopiano circostante molto tormentato e cosparso dai resti di strutture megalitiche. In basso, oltre ad un altare in pietra, ci vengono indicati i resti di costruzioni recenti per uso agricolo e un muro di confine. Dopo la sosta panoramica, l’itinerario prosegue fra bosco e macchia. Finalmente incontriamo un gregge di pecore: unica presenza festante e belante, scortata dai vigili cani. Per fortuna sembrano sdegnare la nostra presenza, così attraversano lo sterrato per lasciarci passare, guadagnando frettolosamente l’ombra del bosco. Non dobbiamo scomodare con scaramantiche preci S. Bachisio e la Vergine per tenere lontane le zecche: ci attenderanno altrove, davvero grosse per alcuni di noi. Seguendo il sentiero fra belle formazioni rocciose, saliamo un incantevole tacco di roccia, da cui si godono ampi panorami sul Gennargentu. Rimaniamo affascinati dalla storia del gallese Benjamin Piercy, che a fine ‘800 realizzò la rete ferroviaria della Sardegna. Stabilitosi nell’isola, l’ingegnere acquistò vasti terreni anche presso Bolotana, dove realizzò una florida azienda agricola sperimentale a livello botanico, zootecnico, agricolo e caseario. Il nipote, morto giovane è sepolto fra queste rocce. Trasmessasi al figlio del Piercy, dopo la morte di questo ultimo, la successione ebbe un singolare risalto giuridico: nel 1953 le proprietà dell'ingegnere furono espropriate. Parte delle proprietà furono cedute a privati, parte all'ETFAS (Ente Trasformazione Fondiaria Agraria Sardegna) e successivamente al comune di Bolotana per l'assegnazione a coltivatori ed allevatori del luogo. Arriviamo infine a Punta Palai (q 1200 m), dove sorge il ricovero di avvistamento incendi dei Vigili del Fuoco. Stiamo calpestando rocce effusive quali basalto, trachite, andesite e riolite. Le rocce intrusive affiorano sporadicamente proprio qui, per poi sostituirsi gradualmente con le rocce granitiche del Goceano. Si avvicina la conclusione del percorso ad anello, dove non è mancata l’acqua fresca per riempire le borracce. Natale e Luciano, tutor per Bolotana di ”Borghi Autentici”, hanno imbandito, nell’area attrezzata all’entrata del Parco, uno spuntino inimmaginabile per la varietà delle prelibatezze, barbecue compresa. Ne abbiamo goduto tutti, tranne uno, in obbligatoria dieta momentanea: pecorino, paté di olive, crema di formaggio, pancetta alla brace, ricotta, caciotte, miele di asfodelo e di cardo, abbatu, olio dal forte gusto genuino che non è dispiaciuto a nessuno. Acqua e vino oggi ci hanno deliziato, perché non bollenti come alla fine della prima escursione! Prima di salire in pullman il divertente briefing per programmare la successiva escursione all’Asinara. Possibile l’opzione di trenino “ciuf-ciuf” per chi desideri attraversare l’isola da sud a nord e ritorno, pranzando in traghetto. Bravi gli organizzatori, che in previsione di altro attacco di calura, offrono modalità diverse per godere l’ambiente, che si conferma eccezionale nelle sue varietà. (Maura Zotti)

  GIOVEDI’ 13 - Trekking nell’isola dell’Asinara con escursione al Castellaccio. Da Alghero raggiungiamo Stintino, nel nord ovest della Sardegna, punto di partenza per l’isola dell’Asinara. Al molo ci aspetta l’imbarcazione che ci porterà sull’isola , dopo 30’ ci siamo. Il giorno precedente si era concordato di fare due gruppi: 1°) escursione al Castellaccio struttura medioevale, posta su un promontorio (250 mt) che si affaccia sul mare.  2°) nove turisti più Natale, la guida Naturaliter, con un trenino percorreranno gran parte del litorale dell’isola, 25 km su strada cementata, e visiteranno i luoghi più significativi e non più abitati lungo il percorso, fino a raggiungere  Cala Reale e Cala d’Oliva. L’isola era sede di colonie penali  agricole (11 sparse per l’isola) dal 1885, si coltivavano i campi, si provvedeva all’allevamento di bovini, ovini, capre, pecore, maiali, con produzione di beni alimentari vari che servivano al il mantenimento delle colonie, il resto veniva  venduto o esportato in Sardegna in altre colonie penali.  Famoso è il carcere di Fornelli, che negli anni 90 viene trasformato in carcere di massima sicurezza (41 bis) in questo luogo hanno soggiornato Toto Riina, Cutolo, terroristi delle brigate rosse, neofascisti e componenti dell’anonima sequestri. La nostra guida è Stefania guida locale, una delle tre meravigliose ragazze molto preparate e con un forte attaccamento alla loro terra. Ci parla dell’isola che è tutta un parco naturale con zone di “riserva A” dove non si può entrare, non si può pescare e nemmeno fare il bagno; per i trasgressori è previsto l’arresto e il processo, sono ammessi solo gli studiosi. Quando l’isola diventa una colonia penale gli abitanti presenti vengono trasferiti in Sardegna e sono i fondatori di Stintino, (erano quasi tutti pescatori originari di Camogli in Liguria)le carceri vengono chiuse definitivamente nel 1997. Il nostro cammino inizia con una prima parte pianeggiante e priva di vegetazione (campi agricoli). Lungo il percorso passiamo di fronte all’ex cimitero, e subito dopo al lago artificiale dove ci sbarrano la strada dei cavalli, alla chiusura delle colonie penali alcuni animali sono stati liberati capre comprese e sono tornati allo stato brado. Superati i cavalli si sale tra la macchia di euforbie, cisto, ginestra, elicriso ecc., lungo il percorso vediamo una capra, una serpe e una tartaruga, ma nessun segno di mufloni, troviamo una vecchia fornace per i mattoni (sull’isola c’erano fornaci anche per produrre calce viva). Usciti dalla vegetazione, saliamo sul granito, questo ci permette di ammirare il paesaggio, da qui vediamo l’isola Piana con la sua di torre di avvistamento, la terra ferma (Stintino, Capo Falcone). L’isola dell’Asinara fa parte del santuario dei cetacei con parte del mare della Liguria,  Corsia e Isola D’Elba). Proseguiamo per il Castellaccio, questa struttura era un presidio militare e faceva parte di tutta una serie di torri di avvistamento (scorribande dei Pirati e dei Mori) non si conosce con certezza a chi attribuirne la paternità ai Doria o ai Malaspina, la leggenda racconta che vi soggiornò il pirata Khayr al-Din  Barbarossa da cui il nome all’omonima baia, la parte interna è completamente diroccata, qui facciamo la pausa pranzo, notiamo la presenza di numerose zecche. Dal Castellaccio si vede molto bene la parte nord dell’isola (incantevoli baie e monti brulli ) è ben visibile  il carcere di Fornelli, si nota la struttura divisa in due parti (detenuti normali e quelli sottoposti al 41 bis) si vede anche il carcere di S. Maria poco lontano, ma soprattutto  si ammirano le baie non molto lontane con acqua color smeraldo. Iniziamo la discesa verso la strada cementata, incontriamo alcuni asini bianchi (sono bianchi per una anomalia genetica in pratica sono albini, non ci vedono molto bene) sono docili ma non è consigliato avvicinarsi. Arrivati alla strada scendiamo per un po’e poi deviamo verso S. Maria e quindi al mare per un bagno ristoratore, abbiamo poco tempo quindi ci avviamo verso il molo dove ci attende la barca. Riuniti i due gruppi salpiamo ma, in mare aperto abbiamo una grossa sorpresa il mare si è fatto grosso soffia un forte vento di Grecale, sulla barca si balla ma va tutto bene rientriamo sani e salvi ad Alghero. (Giordano Maron)

Parco Nazionale dell’Asinara, giro con il trenino.  6°giorno….si parte, destinazione Stintino e dopo un breve tratto di mare raggiungiamo l’isola dell’Asinara, cosi chiamata non per la presenza degli asinelli bianchi ma dal termine romano 'Sinuaria', datole per via della sua forma. Nove di noi decidono per il tour dell’isola in trenino, mentre gli altri proseguono il trekking con la guida Stefania. In compagnia di Natale e della guida Antonia il nostro viaggio nella storia e nelle bellezze dell’isola inizia. La nostra prima fermata è al carcere di Fornelli (nome che deriva dai due grandi fornelli posti nei pressi del molo e che dovevano fungere da faro per le barche di rientro dalla pesca). Il carcere di Fornelli dagli anni Settanta al 1998, anno della sua effettiva chiusura, è stato un carcere di Massima Sicurezza, nel quale sono stati rinchiusi criminali affiliati alle organizzazioni politiche  di estrema destra ed estrema sinistra che in quegli anni agivano sul territorio italiano e i capi delle associazioni malavitose. Qui si svolse la “rivolta delle Caffettiere, durante la quale alcuni Brigatisti Rossi tentarono, invano, la fuga utilizzando le caffettiere per caffè, in dotazione in cella, come bombe imbottendole di esplosivo al plastico fornito dai visitatori durante lo scambio dei baci. Mare cristallino, cale da sogno, panorami d’incanto l’Asinara è stata definita l’Alcatraz italiana, i detenuti rinchiusi nel 41 bis non potevano vedere niente di tutto questo, ovviamente. Chi soggiornava  nelle carceri dell’Asinara, ben 11 diramazioni disseminate in tutta l’isola, aveva ben poche speranze di fuga: solo l’ex latitante sardo Matteo Boe riuscì infatti a scappare dall’isola, grazie alla complicità della moglie che lo raggiunse con una barca…..fu ripreso dopo 6 anni di latitanza. Tutti gli altri, invece, passarono anni circondati da alte mura, in certi casi senza poter veder nient’altro che qualche metro di cielo blu durante l’ora d’aria. Il boss di Cosa Nostra Totò Riina, in particolare, fu rinchiuso in una galera illuminata notte e giorno, dove non era mai buio, un vero e proprio bunker costruito per lui. Gli ergastolani arrivavano sull’isola con l’elicottero di notte, per disorientarli e non far capire loro dove si trovavano. La storia delle carceri all’Asinara inizia nel 1885, quando venne istituita una colonia penale agricola, a scopo sia rieducativo che altro e in seguito un penitenziario nel quale sono stati reclusi gran parte dei banditi e criminali sardi. La legge istitutiva prevedeva la costruzione di un lazzaretto per la quarantena degli equipaggi delle navi sospettate di trasportare viaggiatori affetti da malattie contagiose. Venne così sancito l’esproprio delle terre per i circa 500 abitanti dell’isola e gli ex occupanti decisero di stabilirsi presso Stintino e  di ricreare le varie attività di pesca, agricoltura e pastorizia cui erano dediti in precedenza. In quel periodo, dunque, sull’Asinara spuntarono le prime celle. Durante la prima guerra mondiale, però, fu l’intera isola a diventare un’unica grande galera: furono infatti dirottati sull’Asinara circa 25.000 prigionieri austro-ungarici, portati fino a qui per restare sotto osservazione sanitaria. Lungo il percorso troviamo un ossario Austro-ungarico dove riposano i militi deceduti sull’isola. Mentre il nostro trenino corre lungo l’unica strada presente sull’isola la nostra guida Antonia ci racconta sia la storia carceraria dell’isola sia le sue bellezze naturali fatte di flora , fauna e paesaggistica meravigliosa. Sull’isola ci sono ben tre zone classificate “ZoneA” dove tutto è interdetto: camminare, fare il bagno, pescare, ormeggiare la barca, i trasgressori sono punibili con 1200euro di multa, una denuncia e un processo penale. In tali zone troviamo soprattutto fauna protetta e rara che nidifica e si riproduce qui, sia in terra che in mare. Le barche private che arrivano all’Asinara devono ormeggiare nei parchi boa istituiti dall’Ente Parco, attraccare alla boa senza buttare l’ancora e se vogliono scendere a terra, dove permesso, lo devono fare con piccoli mezzi a remi dell’Ente Parco stesso. Arriviamo così a Cala Reale dove la barca che ci ha condotti all’isola ci ospiterà per il pranzo. A Cala Reale ci sono quel che resta dei tre tipi di ospedali che furono costruiti sull’isola, ospedali di prima, seconda e terza classe a seconda del grado militare dei ricoverati durante la 1 guerra mondiale, e la stazione adibita alla quarantena. Continuiamo verso il villaggio di Cala d'Oliva. Il piccolo paese di case bianche ci appare improvvisamente,  dopo una curva, costruito lungo la costa si allarga sulla montagna e sopra, maestoso ed imponente il carcere chiamato “Diramazione Centrale”. Il borgo, completamente disabitato come il resto dell’isola è costituito da piccole case di pescatori, dalla chiesa, tutte rigorosamente dipinte di bianco, per non farle notare e da una zona più alta caratterizzata da edifici più grandi, come la casa del Direttore, gli uffici della Direzione (di colore rosato), la ex Caserma Agenti, il caseificio, ecc. Un solo edificio balza all’occhio per il suo diverso colore, rosso mattone, la casa sul mare dove per qualche mese risedettero i giudici Falcone e Borsellino mentre cercavano di istruire il maxi processo contro la mafia. Dopo la visita al carcere, unica struttura attualmente visitabile, dove sono state allestite le ex celle in piccoli musei con gli oggetti rimasti dopo la chiusura e il trasferimento dei detenuti, inizia il viaggio di ritorno  verso la piana di Fornelli  dove ritroveremo il resto del gruppo e ci imbarcheremo per Stintino……ma non finisce qui! Prima di far ritorno a “casa” finalmente un bel bagno, di certo non capita tutti i giorni di bagnarsi nel mare dell’Asinara, quindi meglio approfittare e godersi un ora di relax in spiaggia e tuffarci in questa acqua cristallina che la Sardegna ci offre. E ora tutti in barca….venti minuti di vento Grecale, venti minuti a ballare sul mare, questa giornata ci ha dato davvero tanto, culturalmente e naturalmente, possiamo ritenerci fortunati.   (Paola Fabris)

VENERDI’ 14 - Argentiera punta Lu Caparoni Dopo aver incontrato la gentilissima guida Erica e ascoltato il  suggerimento che, considerata la giornata prevista torrida, consigliava a chi non era in condizioni ottimali di percorrere solo una parte del tragitto, decidemmo cosi con Lucia, Lucia, Paola, Patrizia ed io di fermarci dopo una breve camminata. Lungo il ritorno sui nostri passi, si è resa obbligatoria una breve visita alla miniera abbandonata con una grossa voragine piena di rifiuti e una fermata  per una bibita fresca al bar "Il veliero". Incontro piacevole con una coppia di turisti francesi con i quali abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Stranamente in questi luoghi in pochi minuti ci si racconta una vita intera! Data la variante al programma, siamo scese tutte alla baia cercando di non rovinarci i piedi tra sassi e rocce scivolose in acqua. Così abbiamo fatto noi, le "sconsegnate", definizione appresa all'Asinara che indica una libertà ottenuta per meriti! E' stato piacevole godere della brezza fresca del mare, di quel colore che non finisce mai di stupirti, distese al sole fra gli scogli. (Gabriella Martini)          

 Argentiera è una frazione di Sassari in cui fino al 1962 era in funzione una miniera per l'estrazione di piombo, zinco e ferro. Ancor oggi, per gli appassionati di archeologia industriale, è possibile ammirare questo luogo che fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'Unesco. Oltre a Natale, la guida che oggi ci accompagnerà si chiama Erica. Con lei attraversiamo il piccolo paese e abbiamo modo di constatare che gran parte delle abitazioni sono purtroppo in stato di abbandono. Erica però ci spiega che, grazie ad un imponente progetto di recupero e ristrutturazione, il paese sembra stia acquistando un aspetto meno dimesso. Dopo circa mezz'ora di salita,  arriviamo a un bivio e qui si formano due gruppi, chi decide di fermarsi e chi di continuare per raggiungere la meta, Punta Lu Caparoni. Ci troviamo su un tratto di costa caratterizzato da un susseguirsi di pareti ripide, a strapiombo sul mare, di capi e promontori che delimitano baie e cale di spettacolare e selvaggia bellezza, accessibili al mare. Il nostro sentiero, tutto in cresta, si inerpica tra una vegetazione costituita prevalentemente dalla macchia mediterranea, in alcuni tratti molto fitta. Gli arbusti bassi rendono a tratti difficoltoso il passaggio. Non mancano nemmeno alcuni punti rocciosi superabili in arrampicata con l'aiuto di mani e piedi. Arrivati a Punta Lu Caparoni, ammiriamo il paesaggio che si affaccia sul mare aperto e la vista sui principali rilievi dell'area. Il rientro in  Argentiera è su comodo sterrato. La nostra allegra compagnia di escursionisti e "sconsegnate" si ritrova a  banchettare presso "Il Veliero" dove i giovani gestori ci rimpinzano di spaghetti riccamente conditi con verdure di stagione. Non ci fanno mancare nemmeno la "seadas", piatto tipico della tradizione sarda a base di semola, formaggio e miele come condimento. (Lucia Savio)

SABATO 15 – Siamo alla fine del trekking. E così è giunto anche l'ultimo giorno. All'inizio di una vacanza sembra lontano e irraggiungibile. Invece ci ritroviamo di buon mattino con i bagagli caricati in pullman e, con un po' di malinconia addosso, salutiamo Natale, la nostra paziente guida di Naturaliter, compagno di questo trekking indimenticabile. Poiché il volo di rientro da Olbia è previsto per le 11 e 20 di sera, le capogita Patrizia e Lucia hanno pensato bene di riempire l'intera giornata con un programmino ricco e vario. La prima tappa, poco fuori Alghero, prevede la visita alle Grotte di Nettuno, raggiungibili scendendo "La Scala del Cabirol", ovvero 660 scalini scavati nella roccia. L'origine delle Grotte di Nettuno risale al periodo del Neolitico, si pensa infatti si siano formate circa 2 milioni di anni fa. Si estendono per circa 4 km e sono composte da diverse sale dove si possono ammirare stalattiti e stalagmiti. Purtroppo non ci è stato possibile ammirare tanto ben di Dio. A metà scala un'addetta alla sicurezza ci ha bloccato e invitato a risalire poiché le Grotte sarebbero state chiuse a breve a causa del mare mosso e l'alto livello dell'acqua. Troppo pericoloso. Questa proprio non ci voleva! A malincuore optiamo per un piano B che prevede la visita ad un laboratorio artistico/artigianale per la lavorazione del corallo. Il Signor Antonio, titolare del laboratorio, è ben felice di illustrarci come avviene la scelta del corallo e poi la successiva lavorazione. Le varie fasi sono abbastanza lunghe e laboriose, richiedono l'uso di strumenti di precisione, molta pazienza e tanta passione. Ci rimettiamo in strada per dirigerci verso Castelsardo, considerato uno dei più bei borghi della Sardegna. Esso splende sul Golfo dell'Asinara e già dalla strada si lascia ammirare in tutta la sua bellezza. La struttura di roccaforte medievale è perfettamente conservata e, tra vie strette e ripide scale, si arriva alla sommità di un promontorio su cui si erge il Castello dei Doria. Da qui si gode di una vista sottostante davvero incantevole. Concediamo una visita anche alla Cattedrale e la Chiesa di Santa Maria con il famoso Cristo Nero. La sosta per il pranzo, a base di focacce ripiene gentilmente procurateci da Natale prima di partire da Alghero, vede anche degli ospiti indesiderati: alcuni gabbiani che volteggiavano lì intorno e ci tenevano d'occhio, hanno pensato bene di piombare voracemente sulle nostre focacce durante la distribuzione fra noi gitanti! Qualcuno di noi è rimasto senza e ha dovuto arrangiarsi alla meglio. Non c'è che dire, quelle focacce erano davvero deliziose, parola di gabbiano! Risaliamo in pullman, questa volta diretti a Santa Teresa in Gallura. Il paese si snoda su un promontorio che guarda a nord la costa meridionale della Corsica, a nord-est l'arcipelago della Maddalena, mentre a ovest si affaccia sul mar di Sardegna. Una breve passeggiata verso il paese per sgranchirci le gambe e rinfrescarci chi con una bibita fresca, chi con un buon gelato e chi invece con un caffe. Poiché la giornata è stata molto calda sin dal mattino, qualcuno reclama un ultimo bagno prima del rientro. Così il nostro autista Antonio ci accompagna a Baja Sardinia, celebre ed ambita località turistica della Costa Smeralda, nota per le tonalità turchesi dell'acqua, le spiagge abbaglianti circondate da pinete e rocce di granito, creata e pensata per il relax, il benessere e, perché no, per un ultimo bagno  per noi, amanti di trekking ma che non disdegniamo il mare! (Lucia Savio)

    FIORI  E  ARBUSTI  DELLA  SARDEGNA   “I fiori della Sardegna nella zona del nostro trekking? Chissà se ne vedremo, sicuramente non tanti quanti alle Eolie e in Aspromonte, considerata la stagione un po’ avanzata.”   Questo il dubbio prima di partire. E invece… segue l’elenco, sicuramente incompleto, degli incontri floreali avvenuti durante le camminate. Il secondo giorno, lungo la costa a sud di Bosa, abbiamo camminato tra distese di carote selvatiche in piena fioritura. Onnipresenti, naturalmente, tantissimi altri arbusti della macchia mediterranea: cisto, lentisco, artemisia, elicriso, corbezzolo, mirto, vari tipi di euforbia, ginestra… quasi tutti, però, privi di fiori. Il terzo giorno, sul massiccio del MontiFerru, l’assenza dei mufloni è stata compensata da una fioritura eccezionale: cisto rosso, cisto bianco con le foglie simili alla salvia, cisto di Montpellier con il fiore bianco più piccolo e delicato, asfodeli, ginestre, lavanda, lino selvatico, armeria, eliantemo, veccia… Alcuni accostamenti sembravano studiati da un giardiniere:  l’azzurro-violetto della lavanda, il bianco del cisto affiancato dal giallo intenso dell’eliantemo, il tutto sovrastato dalla ginestra. Persino le rocce non erano “nude”, ma per buona parte ricoperte dalla borracina azzurra (Sedum Caeruleum), una piccola pianta con foglie rosse succulente e minuscoli fiorellini bianco-azzurri. Gli incontri più particolari sono però stati con la digitale purpurea e col giglio stella (Pancratium Illyricum). Quest’ultimo è un endemismo sardo-corso e dell’isola di Capraia. Ha uno scapo florale vistoso, con numerosi fiori bianchi grandi, a sei petali. Il quarto giorno, la salita a Punta La Marmora, la vetta più alta della Sardegna, è stata costellata di viole, la viola sardo-corsica; endemismo sardo-corso e dell’isola d’Elba, di un colore cangiante dal blu-violetto  al  quasi-bianco.  Ogni tanto spuntavano anche i pulvini spinosi dell’astragalo del Gennargentu, altro endemismo sardo-corso, dai fitti fiorellini bianchi.  E per concludere in bellezza, all’inizio dell’ultimo tratto di salita, poco sotto la cima, alcuni cespugli di peonie in piena fioritura.  È la peonia corallina, una sottospecie delle montagne centro-mediterranee, di un colore che va dal rosso-porporino al rosa chiaro. Il quinto giorno, sugli altipiani del Marghine, nel parco Pabude a Bolotana, altra immersione nella fioritura della macchia mediterranea. La faceva da padrona la digitale purpurea: prati interi di questa pianta erbacea molto alta, con fiori tubulosi color porpora maculati di bianco.  Ed infine, un ruscello fiorito: talmente ricoperto dai bianchi ranuncoli acquatici da rischiare di non vedere l’acqua e finirci dentro coi piedi tentando di fotografarli! Il sesto giorno, all’Asinara, tante euforbie. La più vistosa: l’euforbia arborescente (Euphorbia Dendroides), che formava decorative macchie rossastre ovunque. La caratteristica di questo arbusto è di perdere le foglie arrossate d’estate, per difendersi dal caldo e dall’aridità. In autunno spunteranno quelle nuove e la fioritura è da novembre ad aprile. Il settimo giorno, durante l’escursione dal villaggio minerario dell’Argentiera, ancora immersione nella macchia mediterranea, nulla di nuovo da segnalare. Che dire? Anche la Sardegna ci ha regalato degli scorci paesaggistici stupendi, abbelliti da favolose fioriture. (Nellina Ongaro)

 

CONCLUSIONI - Che dire di più? E' stata una settimana veramente intensa. Questo angolo di Sardegna ci ha fatto conoscere e "gustare" i suoi percorsi ricchi dei colori della macchia mediterranea, l'ospitalità della gente locale, il profumo dei boschi di naturale bellezza. Ci siamo trovati bene fra noi e tutti sono stati con tutti. Il gruppo ha risposto bene, si è amalgamato con facilità e molto spontaneamente. Nel complesso ritengo che il risultato è positivo. Sono felice che tutto è andato bene e tutti sono rientrati a casa portando qualcosa in più nel loro bagaglio: la gioia di condividere, di ascoltare e di divertirsi in compagnia. Credo che i veri valori che caratterizzano la Giovane Montagna, intendo valori umani e cristiani in un ambiente sano in cui si condividono le stesse passioni, in questi giorni si sono visti tutti! A presto, allora, per un nuovo trekking e una nuova avventura! (Lucia Savio)