Sezione di Vicenza



TURISMO E ESCURSIONISMO - PISA PISTOIA PARCO SAN ROSSORE
dal 22/3/2019 al 24/3/2019



CRONACHE DELLA GITA DEL 22 23 24 MARZO 2019 A PISTOIA E PISA PER TURISTI E ESCURSIONISTI   

Abbiamo ricevuto ben sei contributi di partecipanti alla gita che evidentemente non ha mancato di coinvolgere per le interessanti proposte culturali e escursionistiche. Lo spazio limitato che possiamo occupare all’interno del notiziario ci ha suggerito di compilare un allegato che ognuno può scaricare con le stesse modalità con cui ha effettuato il download del dai, tira… Ringraziando gli autori proponiamo all’interno dell’allegato quanto ricevuto nell’ordine cronologico degli eventi.

1)  IL VENERDI’ A PISTOIA di Paola Fabris


 Ben arrivata Primavera, e con essa la gita primaverile della GM Vicenza. Tutti sono pronti: armi, bagagli e viveri a volontà per raggiungere Pistoia, Pisa e Livorno e molto altro. Turisti ed escursionisti, sono assieme il primo giorno per la visita alla villa Medicea di Poggio a Caiano (PO), per la successiva visita a Pistoia sotterranea, e per la colazione volante in stile GM. Quest’ultima sarà effettuata presso uno dei tantissimi vivai dei dintorni di Pistoia, specializzato in arte topiaria, che consiste nel potare alberi e arbusti al fine di dare loro una forma geometrica, diversa da quella naturalmente assunta dalla pianta, per scopi ornamentali.  Continueranno nel pomeriggio per visita ulteriore a Pistoia città, con le sue Chiese, la piazza del Duomo, il Battistero e una sbirciatina al meraviglioso Altare d’Argento conservato nella Cattedrale di San Zeno. La comitiva raggiungerà in serata la città di Pisa per la cena e pernottamento. La partenza avviene puntualmente alle sei e trenta da Vicenza. In circa tre ore raggiungiamo Badia Castiglione dei Pepoli (BO) dove incontriamo Lucia e Paolo Bellotto, provenienti da Monza, che si uniranno a noi. Da qui si prosegue, sotto l’attenta guida del nostro meraviglioso Vivian (ditta Muraro) verso Poggio a Caiano (Prato) per la visita alla Villa Medicea, chiamata anche Ambra, che merita qualche cenno storico.  Oggi è di proprietà statale e ospita due nuclei museali: uno degli appartamenti storici (piano terra e primo piano) e il Museo della natura morta (secondo piano). E’ un bellissimo esempio di architettura commissionata da Lorenzo il Magnifico, in questo caso a Giuliano da Sangallo verso il 1480. La villa è situata al centro di un poggio, protesa a promontorio verso il fiume Ombrone e la piana e dominante verso la strada tra Firenze e Pistoia. Con la morte di Lorenzo nel 1492 i lavori alla villa erano ancora in gran parte incompiuti e subirono un vero e proprio arresto tra il 1495 e il 1513, a causa dell'esilio dei Medici da Firenze. Dopo il rientro dei Medici, i lavori vennero portati a termine su iniziativa del figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni che diverrà in seguito Papa Leone X. La villa di Poggio a Caiano rimase sempre la residenza estiva dei Medici e, oltre ad ospitare numerose personalità, fu teatro di importanti avvenimenti della loro storia dinastica. In particolare alla villa venivano accolte prima di giungere a Firenze le spose straniere dei membri della famiglia: Giovanna d'Austria, prima moglie di Francesco I e Cristina di Lorena, moglie di Ferdinando I. Si celebrarono qui, tra gli altri, i matrimoni tra Alessandro de' Medici e Margherita d'Austria (1536), tra Cosimo I ed Eleonora da Toledo (1539) e Francesco I e Bianca Cappello già sua amante (1579). Proprio Bianca e Francesco in questa villa trovarono anche la morte, per cause non pienamente chiarite e con sospetto di avvelenamento. Nel 1661 giunse a Firenze Margherita Luisa d'Orléans, cugina di Luigi XIV e sposa di Cosimo III. La principessa, profondamente diversa dal carattere cupo e ultra-religioso di Cosimo e soprattutto sopraffatta dalla Granduchessa madre Vittoria della Rovere, venne di fatto relegata a Poggio a Caiano. Per alleviare la "prigionia", oltre al seguito di circa centocinquanta persone, fece costruire il teatro al piano terra, prima di tornare definitivamente in Francia nel 1675.  La villa fu la residenza preferita del figlio di Cosimo III, il principe Ferdinando, grande amante delle arti prematuramente scomparso, che ne fece un attivissimo centro culturale. Vi si rappresentavano spesso commedie nel teatrino. Nel 1919 l'amministrazione della Real Casa Savoia donò la villa allo Stato italiano. Durante la seconda guerra mondiale la villa fu usata come luogo di rifugio dai bombardamenti per importanti opere d'arte provenienti da tutta Toscana, come le statue della Sagrestia Nuova di Michelangelo o i Quattro Mori di Livorno, ecc. Inoltre, durante il passaggio del fronte, fece da riparo per la popolazione sfollata che si rifugiò negli ampi sotterranei. Saloni affrescati, mobili d’epoca fanno della villa una vera perla che consigliamo di visitare.  Terminata la visita alla villa si riparte alla volta di Pistoia, dove prima della tradizionale colazione volante presso un vivaio della zona, visiteremo una vera e propria chicca pistoiese, la Pistoia sotterranea, ma subito prima un passaggio veloce all’antico Ospedale del Ceppo e al piccolissimo teatro anatomico, meravigliosamente conservato nei decenni. Incontriamo la nostra giuda Francesca e iniziamo la visita. L'ospedale del Ceppo è un antico ospedale di Pistoia, fondato nel XIII secolo. Secondo la leggenda, il nome deriva da un ceppo miracolosamente fiorito durante l'inverno, che secondo le indicazioni date da un'apparizione della Madonna, avrebbe mostrato il luogo in cui fondare l'ospedale. In alternativa si è pensato ad una derivazione del nome dal "ceppo" di castagno cavo utilizzato per la raccolta delle offerte. È stato l'ospedale cittadino fino al 21 luglio 2013, quando è stato sostituito dal nuovo Ospedale San Jacopo, posto nella zona sud della città. L’ospedale aveva anche una scuola di medicina. La "scuola medica di Pistoia" venne fondata nel 1666 e il suo ordinamento venne ufficialmente approvato dal granduca Pietro Leopoldo nel 1784. Nella scuola si formò l'anatomista Filippo Pacini. La scuola di medicina era dotata di un "teatro anatomico", tuttora esistente e visitabile come tappa durante la visita guidata al Museo dello Spedale del Ceppo. Costruito in stile neoclassico alla fine del XVIII secolo e composto da due sale che formano un edificio separato, addossato alle mura esterne dell'ospedale. Nella prima sala, occupata dai banchi in muratura disposti ad anfiteatro e decorata con affreschi, si svolgevano le lezioni di anatomia, e con la dissezione si spiegava la funzione dei vari organi. Nella seconda stanza, munita di scolatoi nel pavimento, i cadaveri venivano preparati per la lezione su un tavolo di marmo e sezionati dai cerusici Maestri di Grembiale. E adesso tutti “sottocoperta” ci aspetta la Pistoia nascosta, ossia sotterranea. Al museo Pistoia Sotterranea si accede dall’antico Ospedale del Ceppo di Pistoia. L’edificio, costruito sorge dove un tempo era situata la gora del torrente Brana. Partendo dall’antichissimo ospedale del Ceppo, durante il percorso, 1200 metri, dei quali solo 650 sono visitabili ci si viene a trovare di fronte a numerosi lavatoi, dove le donne dell’epoca si recavano a pulire i panni. Questa abitudine non era molto igienica dato che l’antico fiume, prima di arrivare ai lavatoi, passava sotto l’ospedale dove veniva utilizzato come discarica per i rifiuti ospedalieri; questo fu causa e veicolo di malattie soprattutto durante le epoche di pestilenze. Di notevole interesse è la ruota che, grazie alla forza del fiume opportunamente deviato durante i mesi autunnali, alimentava le antiche macine in pietra del frantoio, caratteristica peculiare e unica di tutte le città toscane dove è possibile produrre uno fra i migliori oli di oliva del mondo. Il fiume sotterraneo infatti rivestiva un importantissimo ruolo nella società antica, dove a causa della mancanza di energia elettrica si delegava all’acqua il compito di mandare avanti frantoi, mulini, e far funzionare i magli dei fabbri. E adesso finalmente si mangia. Così dopo aver percorso un breve tragitto in pullman arriviamo al Vivaio Breschi, dove la nostra consueta colazione volante avrà finalmente luogo, tra una meraviglia di piante potate secondo l’arte Topiaria; si riparte, nuovamente a Pistoia, dove Laura la nostra giuda ci aspetta per la visita alla città, questa volta alla luce del sole. Visitiamo la pieve di Sant'Andrea un luogo di culto cattolico situato nel centro storico di Pistoia; risalente all'VIII secolo, è sede dell'omonima parrocchia retta dal clero diocesano di Pistoia. Al suo interno è contenuto il celebre Pulpito di Sant'Andrea di Giovanni Pisano. Fondata forse già nel secolo VI, aveva originariamente dimensioni assai più ridotte. Raggiunta Piazza del Duomo diamo uno sguardo alla Cattedrale di san Zeno, al Battistero, a Palazzo dei Vescovi e all’imponente campanile. La cattedrale di San Zeno, al suo interno l'altare argenteo di San Jacopo. Costruita nell'alto medioevo, fu distrutta da due incendi e quindi ricostruita nel XIII secolo e successivamente rimaneggiata fino all'epoca moderna. Visitiamo il battistero di San Giovanni in Corte del XIV secolo, in stile gotico, con decorazioni in marmi bianco-verdi. A pianta ottagonale e sormontato da una pittoresca cupola, progettato da Andrea Pisano; al suo interno custodisce un fonte battesimale risalente al 1226. Il palazzo dei Vescovi composto da loggiato, al primo piano, in stile gotico e restaurato nel 1981. Il campanile del Duomo, costruito su di un'antica torre di origine longobarda in stile romanico. Costruito nel XII secolo, raggiunge un'altezza totale di 67 metri ed è uno dei più bei campanili d'Italia. La Chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, con un'ampia decorazione in marmi bianchi e verdi. Iniziata nel XII secolo. All'interno si trovano bellissime opere scultoree, come il pergamo di Fra' Guglielmo da Pisa, scolpito nel 1270, e la celebre Visitazione di Luca della Robbia, in terracotta invetriata, del 1445. La nostra visita di Pistoia si conclude qui ed ora ci rimettiamo in marcia per raggiungere Pisa dove domani noi turisti visiteremo Piazza dei Miracoli mentre gli escursionisti cammineranno, cammineranno, cammineranno… Ma domani è un altro giorno, e si vedrà. Per ora buona cena e buona notte.  (Paola Fabris)

2) SABATO - VISITA A PISA         di Annalisa Castelli                        

 Oggi 23 marzo al mattino è in  programma la visita a Pisa. La compagnia si divide e noi 27 turisti saliamo sul pullman che ci porterà nei pressi della zona monumentale. Ci accompagna un sole splendente e un caldo già quasi estivo. Oltrepassiamo le antiche mura a piedi e subito siamo colpiti dalla visione mozzafiato del campo dei Miracoli. La nostra guida Jurica ci raggiunge e puntualizza che non si dice Campo, ma Piazza dei Miracoli e che il nome è dovuto a Gabriele D'Annunzio che nel 1910 nel “Forse che si forse che no” si riferisce alla piazza dicendo “Prato dei Miracoli”. Forse anche svenne a quella vista, ma più probabilmente i “Miracoli" sono i momenti importanti della vita religiosa dal battesimo  (il Battistero) alla vita cristiana (il Duomo) e alla morte (il Camposanto). Il monumento, però, di maggiore attrattiva turistica è la torre pendente, ovvero il campanile del Duomo che per la sua statica inconsueta e per la sua architettura è una delle torri più caratteristiche del mondo. Quante fotografie a questa torre e in quante assurde pose! Iniziata nel 1173 rimase interrotta a metà del terzo piano a causa del cedimento del terreno. Durante i successivi 180 anni gli architetti aggiunsero tre piani cercando di compensare la pendenza. Intorno al 1350 forse per opera di Tommaso Pisano la torre fu completata coronandola con una cella campanaria. Otto secoli dopo, poiché si temeva il crollo, dieci fasce di acciaio furono avvolte intorno al tronco inferiore per impedirne il collasso e successivamente più di 900 blocchi di piombo puntellarono il lato settentrionale a controbilanciare la forza della costruzione. Nel1998 si completò l'operazione rimuovendo acqua e fango da sotto la fondazione. La torre si è così abbassata e stabilizzata. Non saliamo sulla torre, ci dirigiamo invece al Duomo che con i suoi quattro ordini di loggette e la delicata interazione fra marmo grigio e pietra bianca è il primo esempio in stile romanico pisano. L'interno è vasto e luminoso e presenta una vivace decorazione orientaleggiante a fasce bianche e nere. Ci soffermiamo davanti al pulpito di Giovanni Pisano, ultimo della splendida serie di pulpiti creati in Toscana (Siena, Pistoia) che rivela uno stupefacente virtuosismo nell'animare personaggi e vicende. Prima di uscire osserviamo il grande lampadario in bronzo che però la guida ci dice non essere quello che la storia attribuisce alle osservazioni di Galileo. Lasciato il Duomo ci dirigiamo verso il battistero di forma circolare, un mix architettonico con tre piani di arcate romaniche che si elevano in una corona di pinnacoli  gotici e una cupola di otto facce culminante in un cupolino. Ci sorprende la semplicità dell'interno e al centro osserviamo il fonte battesimale. Saliamo i faticosi gradini sino alla galleria superiore da dove ascoltiamo la bella voce di una custode che ci fa apprezzare la straordinaria acustica, con eco, del battistero. Lungo il lato nord della piazza c'è il muro perimetrale di quello che è stato definito il più bel cimitero del mondo: il camposanto. La leggenda vuole che alla fine del XII° secolo l'arcivescovo della città abbia fatto prelevare dal Golgota in Palestina una grossa quantità di terra (tre navi) che fu trasportata a Pisa perché i notabili potessero essere sepolti in terra consacrata. Il Camposanto ha la forma di un enorme chiostro gotico con quattro grandi corridoi porticati che corrono intorno a un grande prato. Le tombe si trovano per la maggior parte sotto le arcate e non mancano monumenti commemorativi. La nostra attenzione, però, viene indirizzata agli affreschi che sfortunatamente sono stati distrutti in gran parte nel 1944 da un ordigno bellico degli alleati. I più importanti sopravvissuti sono quelli dello straordinario ciclo trecentesco del pittore Buonamico Buffalmacco un opera iconografica sul trionfo della morte veramente terrificante. Lasciata la Piazza dei Miracoli il resto della città ci appare quasi deserto. Ci fermiamo solo in piazza dei Cavalieri di Santo Stefano. Di fronte a noi c'è il palazzo ristrutturato dal Vasari e ora sede della Scuola Normale di Pisa, sull'altro lato il Palazzo dell'Orologio che fu realizzato unendo due torri già esistenti: quella delle Sette Vie e quella della Muda o della fame. Nel "breve pertugio dentro la Muda" il conte Ugolino nel 1208 fu rinchiuso con figli e nipoti con l'accusa di tradimento e lasciato morire di fame. Ce lo racconta Dante nel XXXIII° canto dell'Inferno. La guida a questo punto ci lascia e noi dopo un breve spuntino riusciamo a dare un'occhiata al lungo Arno. E' stata una mattinata densa di emozioni, di ricordi storici e letterari con un cielo limpidissimo che ha fatto da sfondo alle nostre numerose foto.           (Annalisa Castelli)

3) NEL POMERIGGIO DEL SABATO - IL BORGO DELLE CAMELIE.    di Gina Colpo.

 Abbiamo ancora negli occhi  l’azzurro e lo smeraldo di Piazza dei Miracoli  quando  il nostro pullman, lasciata Pisa,  imbocca veloce la valle che porta a S. Andrea di Còmpito, il borgo delle camelie, in Lucchesia. Siamo un po’stanchi, accaldati e l’ora invita a sonnecchiare… Attorno a noi un  paesaggio  dolcissimo: ulivi, cipressi, lecci, ginestre, cento diverse tonalità di verde esaltate dalla luce di un limpidissimo sole.  Un ruscello a lato della strada ci  scende incontro saltellando tra i sassi.  Arrivati alla meta ognuno è libero di scoprire a piedi il borgo e visitare la mostra delle camelie che si svolge proprio in queste settimane.

Dovunque giriamo lo sguardo  ci cattura lo sfarzo della fioritura primaverile:  ogni giardino, ogni angolo tra le case sembra essere curato  per suscitare la nostra gioiosa ammirazione. Io e Lucia saliamo verso la pieve alta sul paesino affascinate dalla fioritura di camelie, mimose e ginestre tra scorci di vecchie case ristrutturate ad arte. “Primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta..” forse è proprio questo il luogo dove la bella fanciulla  danza a piedi nudi sui prati fioriti. Salendo pian piano verso l’antica chiesina di S. Lucia, (le cui prime tracce risalgono addirittura tra il IV e VI sec), giungiamo allo spartiacque tra la valle di Còmpito e quella di S. Giusto. L’orizzonte si apre davanti ai nostri occhi su entrambe le vallate, da un  lato cinto in lontananza dai monti, dall’altro aperto sulla  pianura che sfuma all’infinito. Il campanile della chiesetta, più volte distrutto, è diventato nel corso del tempo una torre di segnalazione utilizzata nel sistema difensivo della Repubblica di Lucca. Sul tetto c’è ancora una cesta mobile di ferro che, riempita di materiale infiammabile, serviva per comunicare  con la città con segnali di fumo. Attraversiamo la Chiusa Borrini, cinta da antiche mura (qui viene coltivato il primo ed unico the italiano; la piantagione conta 2.500 piante!) e arriviamo alla pieve di S. Andrea il cui primo impianto documentato risale al 2 aprile del 919. Ampliata e ricostruita più volte nel corso del tempo ci si presenta oggi nella sua veste settecentesca. Dalla pieve scendiamo verso i padiglioni della mostra dove ammiriamo le varietà più diverse delle piante di camelia e sostiamo curiose allo stand giapponese, affascinate dall’esposizione di bellissimi kimono. In fondo al borgo ci si inoltra nel Camellietum Compitese, sorto per la salvaguardia delle cultivar antiche (precedenti al 1900) e  che oggi ospita ben 1.000 cultivar di camelie diverse non solo toscane, ma da tutta Italia e da paesi europei ed extraeuropei. Nel 2016 il Camellietum ha ottenuto il titolo di “Garden of excellence” , riconoscimento che possono vantare pochissime aree verdi nel mondo! Ci ritroviamo al pullman, molti con un vasetto di camelia tra le mani, speranzosi di riuscire a godere anche in futuro della bellezza di questo pomeriggio in Lucchesia. E per chi è curioso: 1) La camelia è un fiore proveniente dall’Asia e appartiene alla famiglia delle Theacee: tutto il the che beviamo è ricavato dalle foglie e dai germogli della Camellia sinensis (=cinese). Le qualità diverse, bianco, verde e nero, dipendono dai diversi metodi di essicazione delle medesime foglie. 2) Il fiore della camelia non perde i petali, ma si stacca intero dalla pianta cadendo a terra. Per questa ragione in Giappone, da cui ci è giunta, questa pianta è il simbolo della vita stroncata e del sacrificio amoroso, mentre in Cina rappresenta l’unione perfetta e la devozione eterna tra innamorati. 3) …e dulcis in fundo,  chi non conosce Marguerite Gautier, la signora delle camelie, protagonista del celebre romanzo di Alexandre Dumas figlio, che si appuntava una camelia bianca o rossa, a seconda della propria disponibilità all’incontro amoroso? (Gina Colpo)

4) DOMENICA -  TURISTI A LIVORNO di Mariano Arcaro

Domenica mattina partiamo tutti i quarantadue gitanti per l’entrata nel Parco Naturale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli. Scendono i diciotto escursionisti. Gli altri ventiquattro turisti vanno a Livorno. Al porto troviamo la guida Elena che subito ci invita a salire sul battello di ricognizione dei Bastioni Portuali Medicei. Infatti Livorno, piccolo villaggio al tempo dei Romani, diventa l’importante porto dei Signori di Firenze per i traffici marittimi anche lontani con il Vicino ed il Medio Oriente. I Bastioni occupano una grande superficie di forma allungata con molte protuberanze a punta per migliore difesa. Sono tutti fatti in mattoni poggianti alla base su calcare di scogliera bugnato, detto “panchina”. Hanno altezza di circa 10 m. e profilo ora rettilineo, ora tondo. Ci sono camminamenti perimetrali ed un mastio cilindrico, su cui si accede in cima con 66 scalini. Hanno vasti dormitori e un refettorio per i soldati che vi stanziavano con il compito di difendere il porto; c’è anche una stanza ribassata a pelo d’acqua, da cui si poteva sollevare la catena di ferro poggiante sul fondo del mare, che di notte impediva l’accesso al porto. Sulla riva opposta ai bastioni si  stende la città di Livorno (130.000 abitanti) con i palazzi a varie destinazioni, sia comunali che provinciali, per gli usi amministrativi, finanziari, commerciali, che la guida ci illustra con grande enfasi. Noi troviamo che si tratta di palazzi e case di modesta fattura, alcuni in mala incuria, altri diroccati, in complesso di bassa quotidianità. Livorno è oggi porto per passeggieri che subito scappano a Pisa e Firenze; ci sono i collegamenti con Corsica, Olbia, Cagliari. Molto attivo il porto per merci. Ci sono Cantieri Navali nuovi e fuori città un grande insediamento militare americano, con un enorme numero di autoblinde nuove, coperte di teloni, pronte per eventuali interventi in Europa e Africa, come al Del Din di Vicenza. Comunque Livorno ci è parsa poco interessante artisticamente, forse ne avremmo avuto un ricordo più esaltante se avessimo avuto il tempo di gustare un piatto di caciucco (“brodeto de pese” nel nostro dialetto) o di pappardelle al cinghiale, dopo il truce desinare nell’albergo di Pisa. Ma subito ci siamo rifatti con la visita della Basilica di San Pietro a Grado, circa 5 km a nord di Livorno; questa è basilica di stile romanico del 1100, con grande navata centrale e tetto a capriate, molto luminosa per grandi finestre sulle due parete laterali, tutte affrescate con scene della vita di San Pietro. Davanti all’abside verso sera sono allo scoperto il ciborio e il piccolo altare che, secondo la leggenda, San Pietro avrebbe costruito con poche pietre in ringraziamento di essere scampato alla morte; infatti sarebbe stato sorpreso dalla tempesta nel mentre voleva andare a Roma e sarebbe stato scaraventato, lui e i pochi compagni, sul Portus Pisanus, allora insenatura entro cui sfociava l’Arno. La Basilica aveva l’abside verso sera, cioè verso il mare, ma con il Concilio di Nicea i Padri Conciliari decisero che tutte le chiese avessero l’abside verso Levante, cioè verso il sole nascente, simbolo di nuova vita dopo la Redenzione. Così venne costruita un’altra abside verso Est, ed oggi la Basilica ne ha due, entrambe circolari, con volta semisferica. Poiché manca un abitato intorno, oggi la chiesa è adibita solo a matrimoni. Il pavimento è stato alzato di tre braccia, con pastellone a graniglia, risultando infossato rispetto al piano di campagna esterno, come accade per molte chiese antiche, vedi la Basilica di Aquileia. Le colonne della navata sono di recupero, alcune di granito del Monte Capanne dell’Elba, altre di calcare dell’Alberese, altre di provenienza esotica. Nel 1943 i Tedeschi, temendo che l’alto campanile diventasse punto di osservazione sul territorio circostante, lo minarono ed abbatterono. Ma la carica fu così esagerata che le strutture della chiesa ed i decori ne furono danneggiati. Alcune delle colonne della Basilica hanno grosse fasce di ferro per la sussistenza. Il campanile, malgrado di esso si abbiano stampe e foto per cui si potrebbe ricostruirlo tal quale, non è stato riedificato fino ad oggi. (Mariano Arcaro)

 

 

 

5) DALLA PARTE DEGLI ESCURSIONISTI. Sabato - A PIEDI DA LUCCA A PISA di Franco Filippi

  A onor del vero ho sempre considerato le gite con due comitive  tipo A e B o turisti e escursionisti con un certo sospetto e ho sempre privilegiato la scelta di una delle due  possibilità basandomi sull’istinto ignorando l’altra. Un modo molto confuso per dire che mi ero iscritto alla gita perché non conoscevo affatto Pistoia e poco Pisa, quindi turista, ma ultima ora all’escursionista è riservato per sabato il percorso da Lucca a Pisa per la via degli acquedotti ed è stato amore. Sono diventato escursionista e mi sono anche beccato, alla domenica la Lecciona al parco di San Rossore. Per la serie se vuoi la carne ti becchi anche l’osso. E’ malvisto infatti il cambio da comitiva A a B o viceversa in corso d’opera, quasi un tradimento, tipo nasci milanista e poi, juve vincente, diventi juventino. Siamo andati da Lucca a Pisa per la via degli acquedotti, facendo una facile ricerca sul web troverete tutto sulla via descrizioni, foto bellissime. Sembra una cosa banale, ma non è quasi mai così, specie quando non si è in montagna vera dove i sentieri sono segnati e l’orientamento è comunque più facile o ci è abituale. Ora è tutto un fiorire di percorsi, cammini, tracciati, ideati e segnati da non professionisti (intendendo gente pratica di marcatura dei sentieri o quantomeno fruitori di sentieri che sanno a che servono i segni) soprattutto con segni abbondanti e ridondanti dove non servono e mancanti dove sarebbero sono indispensabili. Così nel nostro fatale andare da Lucca abbiamo seguito l’acquedotto, a arcate fuori terra tipo acquedotto romano, e qui segni a iosa poi raggiunta l’ultima cisterna, che sembra quasi un tempietto, e senza più arcate solo l’esperienza di smaliziati capogita e escursionisti esperti ci ha consentito di indovinare il corretto percorso, malgrado la cronica carenza di segnali. Il caso ha voluto che ancora a Lucca lottando per trovare il punto di partenza abbiamo incrociato un terzetto di indigeni (un lui e due lei) che tentavano di fare il nostro stesso percorso dopo averlo già fatto a tratti, superando lo scoglio della barriera linguistica e unendo le forze si sono aggregati alle discussioni tipo: si va di qua, no di là. Anche grazie a loro siamo riusciti nella nostra impresa da Lucca a Pisa per la via degli acquedotti. Finite le arcate si entra in un canalone che si risale, molte opere di contenimento e di presa in ottimo stato di conservazione, sembrava di essere in un giardino. Ci si chiedeva perché mai l’abbiano abbandonato. L’opera risale a un granduca di Toscana e progettata da un Nottolini (intorno alla metà del 1800) quindi ha una bella età ma la porta molto bene. Poi non rimane che affrontare l’ignoto, si deve in pratica cambiare versante e da quello che guarda Lucca si deve passare a quello a sud che guarda Pisa. Raggiunto il paese di Vorno riprendono i segni (un cerchio con un acquedotto stilizzato) che essendo in paese sono abbondanti e ci conducono di nuovo nella selva. Raggiungiamo località Mirteto, dove è una vecchia pieve molto interessante, (da sola vale il percorso) e poco dopo cominciano le opere preparatorie (cisterne e varie opere di presa) all’acquedotto mediceo che ci porterà fino a Pisa. Opera più datata della precedente (1500?) e non in buono stato. Passiamo da Asciano paesino della pedemontana da qui cominciano le arcate dell’acquedotto che ci condurrà sino alle mura di Pisa. Subito dopo Asciano dopo una delle consuete conte fatte dal capogita per verificare di aver perso gitanti solo nel numero massimo consentito: panico ne mancano un bel po’. Ci si autoconsola non ci si può perdere lungo una via degli acquedotti proprio in vista delle arcate, ma la serenità torna quando si palesano i dispersi , avevano scoperto un sito interessantissimo (bar il primo da Lucca) e si erano attardati a studiarlo. L’ultima emozione si ha, raggiunte le mura di Pisa e trovata una porta, quando improvvisamente compare piazza dei miracoli.

Questo il sabato, la domenica come detto Lecciona (sta per grande leccio) zona verso nord quindi verso Viareggio del grande parco di san Rossore. Qui siamo accompagnati da due guide sia mai che ci perdiamo nel parco dopo essere sopravvissuti a ben altre avventure. Di fatto una serie di conferenze itineranti a andatura rilassante  e invero molto interessanti. Adesso noi escursionisti sappiamo tutto sulla nascita delle dune, sulla produzione dei pinoli, sul perché piantano i pini marittimi dopo le dune, sull’effetto degli incendi, sulle lame (si tratta di pozzangherone di acqua dolce a ridosso delle dune) etc etc. Se siete interessati non vi resta che andare a zonzo per la Lecciona con due guide, non è pericoloso e dopo saprete quasi tutto. Tranne perché una meravigliosa dimora di granduchi di toscana giusto a lato della Lecciona sia aperta al pubblico solo negli orari d’ufficio del municipio. Non ci rimane che sperare che prossimamente aprano l’anagrafe la domenica. (Scritto da FF su coercizione del capogita col maglioncino verde pisello.)

6) DOMENICA - PASSEGGIATA ESCURSIONISTICA NEL PARCO DI SAN ROSSORE  di Toni Brunello

 Beh, avreste dovuto esserci, in questa passeggiata escursionistica nel Parco regionale di Migliarino, meglio noto come San Rossore. I dettagli tecnici, ma anche storici, geografici, paesaggistici sono davvero mirabilmente illustrati su quel pezzo Giovane Montagna in stile Dai, Tira che merita di essere conservato. Qui vi parleremo invece del clima – fisico naturale ma anche e forse soprattutto umano – che ha accompagnato, forse meglio dire avvolto, questo bagno di bosco per noi, una ventina di partecipanti che hanno scelto questo itinerario rispetto all’altro, prettamente turistico (e risultato - ci dicono i partecipanti - pure interessante, col barcarolo/donna in quel del porto di Livorno). Noi abbiamo avuto come guide due giovani biologi con interessi leggermente alternativi, che s’integravano molto gradevolmente fra loro: Filippo piuttosto concentrato sulla vita degli animali, Giacomo su quella delle piante. Partiti da un punto interno al Parco, di fronte alla Villa Borbone ci siamo inoltrati nel bosco attraverso un reticolo di verdi vie, che ci hanno accompagnato al mare e poi ricondotto al punto di partenza per itinerari cangianti e sempre nuovi. Vie che sembravano pacifiche carrarecce nel bosco, ma che a suo tempo costituirono il confine fra la Repubblica di Lucca e il Granducato di Toscana. Filippo e Giacomo sembrano la voce narrante dell’anima del bosco. Attraverso fasce di vegetazione apparentemente simile, ma di fatto diverse da una zona all’altra, abbiamo percorso i mutamenti che la natura escogita per sopravvivere al meglio. Mentre siamo accolti dal ticchettio del picchio, Filippo ci illustra le diverse strategie di questo e di altri animali per servirsi a tavola. Trovato il tronco di un austero pino con un’incisione apparentemente strana, ci fa vedere che questo ingegnoso uccello “gestisce” le risorse alimentari del territorio in modo da avere le sue dispense a portata di … becco, dopo averle coscienziosamente incastonate nella corteccia: un desco (da conquistarsi) imbandito prevalentemente di pinoli. Più scontato, il topo si mangia i frutti come gli vengono; il ghiro invece, più pigro, consuma le pigne solo da una parte, mentre lo scoiattolo, almeno a quanto abbiamo capito, va meno per il sottile, e dove prende, prende. I pinoli erano però contesi ai residenti abitanti del bosco anche da concorrenti incursori a due gambe, cioè intere famiglie di pinolai che venendo dal Casentino con una barrocciata, si organizzavano, non senza rischi, per la raccolta. Il padre saliva, letteralmente chiodando il tronco, fino al cimello della pianta, donde gettava a terra il bottino a beneficio dei raccattini del resto della famiglia; e se era di quelli giusti si affidava alle liane per trasferirsi stile Tarzan da un alto pino all’altro. Fra queste liane ecco la periploca, tipo di liana doc, una sorta di subdolo soggetto che si avviticchia vuoi attorno a se stessa, vuoi come semplice parassita attorno ad altri alberi, vuoi – assassina – come un pitone a stringere altre piante fino a farle soffocare. Altrettanto interessante è stato veder scaturire da una foglia, da un’erba raccolta en passant da Giacomo, le storie di vitalità e di sopravvivenza delle diverse piante. Secondo le diverse esigenze per la sopravvivenza, quale cede, quale trattiene l’acqua, quale si protegge dall’eccessivo calore conservando i minuscoli granelli di sabbia, quale se ne libera quanto prima. Tutto questo in un ambiente dove si alternano le lame, tratti di acqua giacente fra dosso e dosso, in realtà fra dune e dune: un insieme di condizioni che favoriscono un tambureggiante alternarsi di vegetazioni diverse - in primis pino domestico e pino marittimo - a poche decine di metri da zona a zona, fino a sboccare alla spiaggia e a un tranquillo ma quasi misterioso mare, con lo sfondo delle cosiddette “Alpi Apuane” (che vere Alpi non sono, tuttavia trattate di recente con rispetto anche dagli escursionisti della Giovane). Montagne blu apparentemente ricche di candide zone innevate, ospitano invece le bianche  cave di rocce zuccherine, fonti del preziosissimo marmo noto in tutto il mondo. Abbiamo chiesto a Filippo e Giacomo se ci stessero parlando nel loro dialetto. “Sì!”, ci hanno risposto. Ma è l’italiano, talmente limpido da essere adottato, come sappiamo, da tutti noi. A loro e al territorio, al rapporto con noi, abbiamo dedicato due diversi pensieri.    (Toni Brunello)

 

A Giacomo (e a Filippo):                                                   Alla Lecciona, Parco San Rossore

Dialetto maestro,                                                               Atteso

accompagni per mano                                                      comparire del mare

i candidi orecchi                                                                quasi un saluto

di limpidi cuori                                                                   silente e mormorante,

regressi alle origini                                                            inattese le montagne,

del proprio spirare                                                             alle spalle

natura e contatto                                                               questo rilassante

con il simile,                                                                        cuscino di verde

ab ovo.                                                                                 pieno di vita.